Psichiatria nutrizionale

Presso l’ASP Ghirlandina è stata condotta una ricerca sugli effetti della alimentazione su un gruppo di adulti con Disturbo dello Spettro Autistico che richiedono livelli molto elevati di sostegno (disturbo di livello 3 nella definizione dei manuali diagnostici). La ricerca è stata pubblicata il 19 agosto 2025 sulla rivista internazionale “Frontieres in Psychiatry” con il titolo “Cooking for disability: a pilot study on nutritional interventions for mental health support in adults with autism spectrum disorder”.

La ricerca è stata condotta dai membri di un gruppo di lavoro della Università di Modena, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, della Associazione Controvento e della Direzione dell’ASP Ghirlandina (Johanna Maria Catharina Blom, Ciro Ruggerini, Franco Caroli, Carla Ferreri, Annalisa Masi, Veronica Rivi, Pierfrancesco Sarti, Mauro Rebecchi e Chiara Arletti).

Tra le particolarità della ricerca, vale la pena sottolineare che è stata rivolta a un gruppo di adulti, mentre le ricerche in questo campo sono rivolte di solito a soggetti in età infantile e adolescenziale, si inserisce nel filone della “Psichiatria Nutrizionale”, secondo cui la dieta e le condizioni metabolico‑nutrizionali possono influenzare in modo rilevante la salute mentale e il comportamento. Per una ulteriore specificazione si può aggiungere che l’ipotesi alla base della ricerca è che condizioni biologiche come l’infiammazione cronica, gli squilibri lipidici e la disfunzione metabolica possono contribuire alla gravità dei sintomi autistici e dei comportamenti associati, e che una dieta mirata (guidata da biomarcatori) possa migliorare questi parametri e, di conseguenza, il comportamento.

La ricerca ha posto in relazione indici biologici e indici di comportamento secondo quanto suggerito dai modelli psichiatrici più aggiornati di comprensione del comportamento, in particolare il sistema RDoC (Research Domain Criteria) sostenuto dalla NIMH (National Institute of Mental Health).

Condotto secondo la logica di una ricerca pilota (o esplorativa), lo studio ha considerato un piccolo campione di sette adulti (sei uomini e una donna) di età media di circa 30 anni valutati sistematicamente per un anno: al tempo 0 (prima dell’inizio della ricerca), al tempo T1 (dopo sei mesi di modificazione della alimentazione) e al tempo T2 (dopo eventuale aggiunta di integratori mirata sulla base degli indici biologici.

I biomarcatori considerati includevano l’Interleuchina 6 (indice di infiammazione sistemica), il dosaggio della calprotectina fecale (indice di disbiosi / infiammazione intestinale), il dosaggio della 25‑OH vitamina D, il dosaggio della Emoglobina glicata – HbA1c – (parametro metabolico che indica insulino‑resistenza), lo studio del profilo lipidico eritrocitario (membrane degli eritrociti, omega‑6/omega‑3 PUFAs) e altri.

Gli strumenti di valutazione comportamentale comprendevano le Scale CARS‑2‑ST (Childhood Autism Rating Scale, versione “Standard” per ogni età) per i sintomi autistici; il Questionario ABC (Aberrant Behavior Checklist) per comportamenti problematici; il Questionario DASH‑II (Diagnostic Assessment for the Severely Handicapped, 2nd ed.) per il rilievo dei sintomi psichiatrici co-occorrenti; la SSP (Short Sensory Profile) per la valutazione del processamento sensoriale.

L’intervento alimentare è stato guidato dai principi di evitare alimenti pro‑infiammatori, di migliorare il profilo degli acidi grassi assunti (aumento omega‑3, riduzione omega‑6), di controllare i carboidrati (ridotti in quantità e preferenza per quelli integrali), maggiore consumo di pesce, legumi, frutta/verdura, grassi più sani.

La consistenza, il gusto e la presentazione del cibo sono stati adattati alle esigenze sensoriali del campione con il coinvolgimento dei cuochi della Residenza con la supervisione di un medico nutrizionista e di un cuoco professionale, degli educatori e degli operatori socio-sanitari della Residenza, oltre che dei familiari.

I risultati ottenuti indicano che vi è stato un miglioramento nel tempo degli indici biologici parallelo a un miglioramento nel tempo sia dei sintomi della condizione autistica, sia degli indici del comportamento disadattivo.

In dettaglio, per quanto riguarda gli indici Comportamentali si è osservato:

  • Su ABC: riduzione significativa del punteggio totale da T0 a T2 (differenza media = 13.00, p = 0.0343) e tendenza di diminuzione in tutte le sottoscale (irritabilità, stereotipie, ecc.).
  • Su CARS‑2‑ST: significativa diminuzione tra T0 e T2 (t(6) = 4.28, p = 0.0052; differenza media –3.36) con effetto elevato (R² = 0.75). Tuttavia, tutti i partecipanti rimasero sopra la soglia diagnostica all’utilizzo del test, quindi miglioramento ma persistenza della condizione.
  • Su DASH‑II: diminuzione della frequenza e gravità dei sintomi psichiatrici/ comportamentali da T0 a T2, con maggiore effetto nella fase iniziale (primi 6 mesi).
  • Su SSP: lieve miglioramento o stabilizzazione del profilo sensoriale, ma non con cambiamenti significativi.

In dettaglio, per quanto riguarda gli indici biologici si è osservato:

  • Aumento significativo della vitamina D da T0 a T1 e T0 a T2 (F = 27.84, p = 0.0004).
  • Miglioramento dell’insulino‑resistenza (HbA1c) con F = 38.10, p < 0.0001; aumenti significativi da T0 a T1 e T0 a T2. (Nota: l’aumento di HbA1c è un dato complesso da interpretare).
  • Riduzione (non sempre statisticamente significativa) di marker infiammatori IL‑6 e calprotectina fecale che sono rientrati nella norma in alcuni soggetti nel tempo.
  • Lipidomica: aumento significativo degli omega‑3 (DHA e EPA) da T0 a T2 (DHA: F = 13.06, p = 0.0037; EPA: F = 15.46, p = 0.0019). Riduzione del rapporto omega‑6/omega‑3 (F = 10.93, p = 0.0021).
  • Correlazioni: profili lipidici più favorevoli (maggiore omega‑3, minore omega‑6/omega‑3) erano associati a migliori punteggi comportamentali (meno irritabilità, maggiore socializzazione). Questo suggerisce un possibile legame meccanicistico tra cambiamenti biologici e miglioramenti comportamentali.

Lo studio, pur preliminare, dimostra la fattibilità di un intervento nutrizionale personalizzato in adulti con ASD gravi, condotto in contesto residenziale, con piena adesione e senza drop‑out. Ciò è rilevante perché spesso tali soggetti sono esclusi dalla ricerca.

Le modifiche dietetiche sono state adattate alle esigenze sensoriali e comportamentali del campione (ad esempio texture, gusto, presentazione), aumentando l’accettazione e l’aderenza. I risultati suggeriscono che un approccio di “nutrizione di precisione” basato su biomarcatori può supportare la gestione dei sintomi autistici e dei comportamenti associati, integrandosi alle cure tradizionali.
Gli autori sottolineano anche la necessità di un paradigma che vada oltre la diagnosi clinica e consideri profili biologici (lipidomica, infiammazione, metabolismo) – in linea con il quadro di riferimento RDoC (Research Domain Criteria) del National Institute of Mental Health.

La ricerca presenta limiti importanti, come la bassa numerosità del campione e l’assenza di un gruppo di controllo, e richiede, per questo, un’interpretazione cauta dei dati.

La ricerca fornisce, tuttavia, una prima prova che un intervento dietetico mirato, basato su biomarcatori e adattato alla realtà di adulti con ASD di livello 3, può essere implementato con successo e portare a miglioramenti, sia biologici che comportamentali. Nonostante i limiti, i risultati sostengono la validità della nutrizione di precisione come complemento promettente nella gestione dell’ASD in età adulta. Questo apre la strada a nuovi modelli di cura più integrati, personalizzati e biologicamente informati.